Bagliore : La Vita Dopo La Morte
di: Ferdinando Balzarro
Casa editrice: Sovera Multimedia,
venditalibri@soveramultimedia.com
Distributore: Deoniana Emilia tel.0514290411
Ecco alcuni brani tratti dal libro autobiografico
del Maestro Balzarro
Il Maestro
Gli occhi stretti e impenetrabili sul volto piatto inespressivo e freddo
da orientale. Il mio maestro è giapponese e porta con se, assieme
alle caratteristiche fisiche della sua razza, tutta la tradizione del suo
popolo, tutta la storia dura, esasperata e orgogliosa della sua nazione,
tutta la gloria dei samurai, la forsennata vocazione a morire dei kamikaze;
porta con se, come un destino, l'esperienza centenaria, misteriosa, segreta
e affascinante dell'arte del combattimento a mani nude. Il mio Maestro ha
trent'anni, solo nove più di me, ma è come se fossero cinquanta.
Riservo per lui la stessa distanza, la stessa soggezione, lo stesso rispetto,
lo stesso timore che si deve a chi ha già vissuto tutte le esperienze
che io devo ancora vivere e voglio vivere. Gli allenamenti sono durissimi,
spesso oltre i limiti della sopportazione fisica e psichica. Forze sconosciute
mi impongono di seguirlo, di non abbandonare, di non deluderlo. Solamente
chi è portatore di incredibili energie interiori, può avere
la capacità di trascinare fino all'estremo chiunque abbia l'avventura
di entrare nella sua sfera magnetica. Il Carisma è un dono divino,
come la bellezza, l'intelligenza e la morte prematura. Muoiono giovani,
dicevano i greci, quelli amati dagli dei, e verrà loro risparmiata
l'umiliazione della vecchiaia.
I Compagni di Allenamento
Vedo i volti dei miei compagni pateticamente deformati dallo sforzo, il
corpo assurdamente macerato dal sudore. So di avere lo stesso aspetto; le
braccia e le gambe intossicate dall'acido lattico, pesanti e indurite come
tronchi tagliati da un anno. L'atmosfera nel piccolo Dojo austero come un
tempio è carica di tensione che la nostra pelle trasuda mista alle
tossine. Ingaggiamo combattimenti che non danno scampo al più debole,
costretto a ritirarsi, malconcio e ansimante, come una bestia ferita. Illusoriamente
coinvolto nell'atavico rituale della lotta per la vita, credo di imparare
a sopravvivere
La Vittoria
Il silenzio è assoluto quasi, irreale; come se, per
un tacito accordo, i tremila spettatori che gremiscono il palazzetto dello
sport, trattenessero contemporaneamente il respiro. Il mio avversario è
uscito vincitore delle durissime selezioni che lo hanno portato a disputare
la finale contro di me. Conosco il suo carattere irriducibile, la sua tecnica
sicura, il suo pugno folgorante, i suoi calci potenti, i suoi riflessi da
cobra, la sua spavalda determinazione per conquistare quel titolo. Conosco
la preparazione, costante e durissima a cui si è sottoposto. Il suo
corpo, teso come un arco, è immobile; il respiro impercettibile;
gli occhi fermi, gelidi come il suo sguardo. Una finale sportiva sopporta
tutto il peso emotivo della lotta per la vita: il confine tra finzione e
realtà non è più percepibile dalla coscienza, al contrario,
è assolutamente condizionata da tale situazione estrema, drammatica,
iper realistica. In particolare il combattimento di Karate, che si rifà
simbolicamente ai duelli all'ultimo sangue degli eroici samurai del duro
medioevo giapponese, prevede che sia un solo, ma definitivo colpo a chiudere
l'incontro. Ciò significa che non esiste possibilità di errore.
Se sbagli hai perso: e perdere, nell'esaltato codice della metafora sportiva,
equivale a morire. Carichi di questo sovraeccitato e vagamente visionario
fardello psicologico, i due concorrenti si affrontano giocandosi come posta
il loro "destino".
La mia attenzione concentrata al massimo sui più impercettibili movimenti
del mio avversario, rivelatori se ben interpretati, delle sue celate intenzioni,
mi consente addirittura di captare con estrema precisione, tutto quello
che accade attorno a me nel raggio di parecchi metri. Qualunque, per quanto
irrilevante piccola variazione dell'ambiente, viene immediatamente recepita
dal mio eccitato sistema nervoso. Non mi sfuggono i guardinghi spostamenti
dell'arbitro, i rumori sordi e lontani che echeggiano rimbalzando nel grande
palazzo. Ho perfino la singolare percezione di ciò che avviene alle
mie spalle e respiro, come una minaccia di pericolo, l'odore acre e pungente
prodotto dalla nostra tensione. Sotto la pressione di condizioni estreme,
tutte le facoltà percettive sono attivate ed esaltate al massimo,
ma è anche il momento in cui l'animo può vacillare e, investito
da un'ondata di terrore, esso può frantumarsi contro uno scoraggiante
quanto deprimente senso di prostrata impotenza: le gambe cominciano a tremare,
il respiro va in affanno, le energie defluiscono dal corpo lentamente e
inesorabilmente, come il sangue da un'arteria recisa. Non rimane che rassegnarsi
alla sconfitta che ormai incombe come una maledizione. Ma non posso contare
su questa imbarazzante sindrome in grado di colpire anche gli atleti più
esperti. Il condizionamento psicologico del mio avversario è tale
da renderlo perfettamente immune dall'attacco di qualunque agente esterno
atto a interferire col raggiungimento del suo obbiettivo. E' vano opporsi
a un'alleanza tanto potente e determinata come quella, così opportunamente
stabilita, fra il corpo e la mente. Cosa c'è dietro due uomini che
si fronteggiano in uno scontro finale? Cosa c'è dietro la loro carne,
le loro ossa, i loro muscoli allenati? Dietro la loro maestria, il loro
virtuosismo, il loro coraggio? Cosa si nasconde dietro quel concentrato
di forza, di ambizione, di tecnica, di abnegazione, di paure combattute
e sconfitte? Dietro tutto quel sudore, quella fatica immane, quella fanatica
vocazione al sacrificio? Tutte le risposte sono racchiuse in quell'attimo
fuggevole; in quel momento assoluto e irripetibile che trascina con se il
remoto e sconosciuto senso della vita.
Ho trentun anni, la mia stella è al tramonto; Sto combattendo per
l'ultima volta; voglio uscire di scena da trionfatore. Ha ventiquattro anni;
il suo astro è nascente, inarrestabile come le sue ambizioni; vuole
entrare in scena da trionfatore.
Mi accorgo di non cadere nella trappola delle sue finte, il suo pressing
accanito non mi scompone. Improvvisamente, come se si aprisse una pesante
tenda nera, intuisco l'attacco che, di li a poco mi verrà sferrato.
Devo solo essere freddo e padrone dei miei nervi per attendere, immobile
come uno scoglio, il suo affondo. Sento distintamente il cronometro. In
un'atmosfera sospesa e surreale da fine del mondo, con esasperata lentezza,
cadono i secondi, pesanti come gocce di mercurio. Non vedo più nulla,
non sento più nulla: esiste solo quel calcio fulmineo, diretto e
penetrante, sembra una lancia indirizzata al cuore. Mi sposto pochissimo
alla mia sinistra, quanto basta per evitare il micidiale attacco e trovarmi
davanti, a portata di pugno, la sua larga schiena da atleta completamente
indifesa e vulnerabile. Non si fanno sconti a chi sbaglia.... Sul gradino
più alto del podio, sono accecato dal bagliore dei flash dei fotografi
e dall'improvviso assalto delle mie lacrime.
L'Allievo
"Parliamoci chiaro: nessuno, nel profondo del cuore,
è disposto a perdonarci di essere migliore di lui. Tutti, nel profondo
del cuore, attendono di udire il tonfo sordo prodotto dalla nostra caduta."
Il sudore cola copioso dalla fronte senza rughe; il mio allievo é
agile, forte, scattante come una mangusta. Il mio allievo ha trent'anni
meno di me; la sua pelle tirata e lucida contiene a mala pena lo spasmo
dei muscoli potenti pronti a esplodere contro la mia persona tutta la loro
energia, la loro inconsapevole rabbia.
Tutte le mattina me lo trovo di fronte col respiro affannato, gli occhi
infuocati; increduli ogni volta che fallisce il suo attacco, ogni volta
che il mio braccio senza il minimo sforzo intercetta e devia il suo pugno.
Non si capacita che il suo tasso di bravura, di esperienza, di aggressività,
la sua fibra d'atleta, la sua resistenza allo sforzo, la sua determinazione,
il suo coraggio, non siano sufficienti a piegarmi, a sorprendermi, a penetrare
la mia guardia, a infliggermi il colpo definitivo. Si sposta rapido, esegue
finte complesse, esercita con ostinazione il suo pressing, attacca con fulminee
combinazioni di braccia e di gambe; il cuore salta nel petto largo come
un cavallo da domare, le ultime energie si dissolvono frustrate nei rantoli
finali del suo ormai impagabile debito d'ossigeno. Presto la rabbia derivata
da quel fastidioso senso di impotenza, lascia il posto al rispetto, all'ammirazione,
al bisogno di capire, al desiderio di eguagliare se non superare il maestro.
Domani tornerà da me, puntuale, deciso a svelare quel segreto che,
simile a uno scudo stregato, si frappone fra noi, pronto a proteggermi dai
suoi micidiali attacchi. Conosco tutto di lui; tutto quello che sa lo ha
imparato da me dopo molti anni di paziente lavoro, di continue correzioni,
di infiniti rimproveri, di puntuali incoraggiamenti, di pronte consolazioni,
di fiumi di sudore di fatica, di voglia di cedere, di delusioni profonde,
di gioie immense. Quando combatte, conosco ogni espressione del suo volto:
la piega amara della bocca, l'ombra che vela il suo sguardo, i movimenti
inconsci e riflessi che preannunciano i suoi affondi. Conosco le sue tattiche,
so dove vogliono portare le sue finte. Conosco tutti i suoi difetti: la
difesa incerta, gli attacchi ingenui e scomposti. Conosco il suo cuore:
so quando trema il suo spirito, quando vacilla la sua sicurezza, quando
s'impenna il suo orgoglio pronto a caricare come un bisonte.
Domani tornerà da me per cercare di apprendere ciò che io
non posso più insegnargli. Giunge prima o poi il momento in cui l'unico
maestro che può rivelarci ancora qualche cosa vive dentro noi stessi,
e occorre imparare ad ascoltarlo ed avere il coraggio di seguirlo mentre
apre, nell'aspra selva della vita, nuovi sentieri non ancora esplorati.
Domani tornerà da me, ma solo per abbandonarmi.
Considerazioni sulle arti marziali in Cina e Giappone
Arrivato dal Giappone, il Karate si é largamente diffuso
nel mondo intero; esso associa modernità e tradizione. Alcuni lo
considerano come uno sport da combattimento, altri come un'arte marziale.
Si pratica a mani nude. Le sue tecniche principali sono pugni, calci e parate.
Il karate, nella sua tradizione, includeva certamente la ricerca dell'efficacia
in combattimento, ma anche l'etica di un modo di vivere. Il karate é
ancora in piena evoluzione. L'arte cinese del combattimento ha avuto un
ruolo di importanza primaria nella formazione del Karate: di fatto il karate
non avrebbe preso questa forma senza il contatto con l'arte cinese da combattimento.
(Tratto da "Storia del Karate" di Kenji Tokitsu)
I cinesi sanno tutto. Sanno tutto da più di 2000 anni: sanno come
fare per vivere più a lungo. La loro antichissima medicina può
curare qualunque malattia, può debellare perfino il cancro. I cinesi
sanno da più di 2000 anni come si respira correttamente, sanno come
utilizzare la potente energia vitale che scorre dentro ognuno di noi e che
ognuno di noi può utilizzare per la propria salute, per il sesso
e per combattere efficacemente il nemico. I cinesi da più di 2000
anni conoscono i segreti della cucina, i cibi afrodisiaci, il potere delle
piante, le virtù medicinali delle radici. I cinesi osservano gli
animali, studiano gli insetti, imparano dalla tigre, dalla scimmia, dall'orso,
dal serpente, dalla gru come si combatte e come si vince, imparano dall'amantide
come si uccide un avversario più grande e più forte. I cinesi
hanno la bomba atomica, un esercito efficiente fornito di armamento russo
modernissimo e di aerei russi ad alta tecnologia. I cinesi invadono il mondo:
lo invadono con la loro arte, la loro medicina, i ristoranti (più
della metà della cucina mondiale é loro), le borse di finta
pelle, i teatri, i circhi. Creano città nelle città, quartieri
nei quartieri. Enormi flussi di danaro, lavoro legale, lavoro nero, contrabbando,
potere e sfruttamento. I cinesi sono saggi: aspettano pazienti che il fiume
trasporti i cadaveri dei loro nemici, che le nubi cariche di pioggia nascondano
il sole quando fa troppo caldo, che anche le aquile con le ali più
grandi si posino sulla roccia per riposarsi, che la terra intera rallenti
la sua corsa perché nessuno di loro rimanga indietro! I cinesi non
hanno fretta, sanno bene che il mondo li attende.
Le panciute navi dalle vele quadre, metà mercantili metà da
guerra della flotta dell'Impero Cinese cominciano, attorno al secolo XIV,
il processo mascherato di colonizzazione di Okinawa sbarcando sulla più
importante isola dell'arcipelago delle Ryùkyù, delegazioni
di funzionari civili e militari per quasi quattro secoli. Il lungo periodo
di contatto e di scambi commerciali con la nuova cultura non basta al rozzo
popolo di contadini della piccola isola, per assimilare completamente le
raffinate abitudini, le arti e i segreti dei loro pacifici conquistatori.
Il Karate, che partendo da Okinawa si insedia in Giappone ai primi del 1900
per dilagare negli anni successivi come un torrente in piena in tutto il
mondo, è solo una forma rudimentale, frammentaria, barbara, incompleta,
spesso fraintesa della complicatissima, sofisticata arte da combattimento
cinese. Ben presto l'influsso occidentale determina una ulteriore netta
virata verso la sportivizzazione dell'arte tradizionale che finisce per
perdere sempre più i suoi presunti contenuti etico-spirituali per
cadere nelle maglie delle moderne metodologie tecniche e scientifiche, nonché
nei volubili regolamenti degli sport ad alto gradiente agonistico. Gli stili
interni (cosiddetti perché la loro pratica é rivolta alla
ricerca e mobilitazione di energie profonde, non muscolari, non destinate
ad esaurirsi, ma anzi ad aumentare col trascorrere degli anni), non sono
mai stati considerati e divulgati dai maestri giapponesi di karate, non
certo per mancanza di volontà, ma per totale assenza di esperienza
e concrete conoscenze specifiche. Oggi, la componente etico-spirituale,
la ricerca interiore, la via di perfezionamento morale e intellettuale,
di cui spesso si vanta una cospicua componente di praticanti, si riduce
a un'ottusa prova di forza basata sull'estrema durezza di allenamenti antifisiologici,
nonché in rigide pratiche autolesionistiche e autopunitive che celano
i germi d'inquietanti fanatismi.
I cinesi sanno tutto: sanno dove piantare i loro aghi per togliere il dolore,
sanno come massaggiare il ventre per sfiammare gli organi interni, sanno
come purificare l'intestino quando è congestionato. I cinesi sono
tra i pochi popoli ancora governati dal regime comunista (marxista, leninista
e confuciano a un tempo). Tra l'aprile e il maggio del 1989 nella piazza
di Tienamen, seguendo la perfetta tradizione dei sistemi totalitari, viene
soffocata nel sangue una improbabile rivolta studentesca che mirava ad ottenere
libertà di opinione e maggiore democrazia. Lo stesso regime continua
a reprimere duramente le rivendicazioni autonomiste delle regioni dello
Xinjiag e del Tibet. In Cina vige tuttora la pena di morte. La Cina detiene
il primato mondiale delle esecuzioni capitali a tutt'oggi eseguite. (Chissà
perché si parla solo di quelle degli Stati Uniti!)
I cinesi sono intelligenti, sanno come vendere i loro prodotti, sia si tratti
di valige, di spaghetti di soia, di unguenti per il corpo, di cure per lo
spirito, di rimedi per la disperazione. I cinesi sono maestri di Kung Fu,
di Tai Chi, di Chi Cung; insegnano l'arte di combattere, di respirare, di
muovere l'energia, di guarire anche il tumore. Dove la nostra scienza si
ferma, avanzano; dove il nostro buon senso si arrende, vincono; dove viene
meno la nostra fede, salvano. Non é particolarmente complicato per
loro, fornire una risposta adeguata al bisogno sempre crescente di spiritualità,
alla necessità impellente di travalicare i confini della scienza,
di superare i limiti della materia, di trascendere il fisico col metafisico:
l'urgenza di credere in qualche cosa di sensazionale, di provare esperienze
diverse, di vincere il decadimento del corpo, di debellare le malattie incurabili,
il desiderio di sperare ancora nella vita. Non sono poi così esosi
questi contenitori di saggezza millenaria, se si considera che la speranza
non ha prezzo!
I cinesi imparano a combattere dagli animali; i giapponesi imparano a combattere
dai cinesi che imparano dagli animali; tutti impariamo a combattere dai
giapponesi che imparano dai cinesi che imparano dagli animali. E' affascinante
questo ruolo inconsapevole degli animali: maestri, senza saperlo, di una
delle arti umane più antiche, più misteriose, più legate
all'atavico istinto di sopravvivenza.
Forse i migliori maestri sono proprio quelli che insegnano senza averne
coscienza, solo esistendo, solo muovendosi con naturalezza nella giungla
della propria vita!
Il Karate mi ha dato tutto! Avviene di frequente di essere ricambiati quando
si dedica la propria esistenza a qualche cosa di preciso. Ho cinquant'anni
e comincio a comprendere che solo unicamente la sua pratica non mi sarà
possibile attraversare altre barriere, sconfinare in nuove dimensioni, allargare
le esperienze. Per andare avanti occorre avere il coraggio di rompere col
passato, non per rinnegarlo, ma solo per liberarsi dei suoi schemi rigidi,
superati in quanto diverse le esigenze, superiori gli obiettivi.
Yoshitaka, il figlio fanatico del creatore dello stile di Karate detto Shotokan,
Gichin Funakoshi, apporta al metodo originale tutte quelle modifiche che,
grazie alla loro particolare caratteristica atletico-coreografica, decreteranno,
dagli anni 60 ad oggi, il suo enorme successo in Giappone, nel mondo e particolarmente
in Europa.
In pieno clima nazionalista, durante e dopo la seconda guerra mondiale,
questo giovane irrequieto, consapevole di dover morire, trascina i suoi
altrettanto giovani seguaci, pervasi della stessa febbre di vivere una vita
breve ma gloriosa, nell'avventura forsennata di allenamenti estremi sempre
alla ricerca dell'efficacia assoluta, definitiva. L'antico spirito dei Samurai
brucia, in questi Kamikaze mancati, la sua ultima vampata. Un'eredità
pesante, anacronistica, insensata che l'attuale società, sempre più
proiettata verso la concezione di una vita lunga e in buona salute, non
può accettare. Gradualmente il duro metodo di Yoshitaka, attenua
le sue asperità, abbandona i suoi estremismi, diviene più
fisiologico, più adatto allo sviluppo armonico dell'organismo considerato
nel suo insieme psicofisico. Resistono, come regolarmente avviene quando
il mondo va avanti, piccole sacche di oscuri conservatori, di ottusi fondamentalisti,
sempre ostinati in una pratica obsoleta e rigida come le loro menti.
Osservo il Maestro cinese: le sue movenze morbide mi fanno provare sensazioni
diverse, composte in una densa espressione di pace, di fluidità,
di potenza naturale, completa, incontenibile, simile a quella delle onde
quando si innalzano lente, per poi abbattersi improvvise, pesanti, tumultuose,
contro gli scogli della costa. Il suo respiro regolare, mai in affanno,
accompagna il fluire costante dell'energia che trapela vistosamente dall'armonioso
amalgama del corpo e dello spirito.
Ecco dove voglio arrivare! Ho individuato perfettamente il mio prossimo
obiettivo. Ritengo di poterlo raggiungere utilizzando gli strumenti di cui
dispongo e che padroneggio con l'abilità, la naturalezza di chi pratica
da più di trent'anni.
Si tratta di riuscire a cambiare il contenuto senza apparentemente modificare
il contenitore. La tecnica, lo stile, sono i mezzi utilizzati dal corpo
per esprimere una determinata qualità di energia; proprio su questa
qualità devo essere in grado di agire, trasformandola sempre più
in quella sostanza vitale, che, alla stregua del respiro, produce vita.
La categoria dei precursori risulta spesso sconsolante! Quasi mai, a questi
tormentati personaggi, sarà concesso il privilegio di vedere e raccogliere
i risultati delle loro intuizioni ; ad essi spetta unicamente il mero ruolo
di avviare dei processi, di cogliere i segnali profondi di determinate mutazioni
storiche e di accelerarne la rivelazione. I risultati, quelli veri, quelli
definitivi si concretizzeranno molto più avanti, quando i precursori
saranno morti o troppo vecchi per coglierne i vantaggi. Per fortuna non
sono un precursore! Anzi, il mio percorso si compie a ritroso. Camminando
all'indietro, tra i reperti sommersi di culture smarrite, strumentalmente
travisate, o fanaticamente conservate, ricerco e sogno il realizzarsi della
sintesi perfetta dei loro valori. Mi considero alla stregua di un manovale
intento a comporre quell'impasto tra ferro, acqua, cemento e sabbia, che
renderà solida ed efficiente l'intera struttura. Una semplice, e
tutto sommato banale, operazione di assemblaggio di esperienze pragmatiche,
di saggezze diverse, comunque assolutamente complementari, in grado di ottimizzarsi
reciprocamente decantando le rispettive caratteristiche, senza necessariamente
dover abdicare alla propria identità.
Lo sostiene Platone, lo ribadisce Kant: l'uomo é estremamente carente
d'istinto! L'uomo, contrariamente agli animali, può contare pochissimo
sul suo bagaglio istintuale. Proprio per questa ormai acclarata verità
egli ha bisogno della tecnica; e più la tecnica si perfeziona più
l'uomo potrebbe trovarsi costretto a fare i conti con i limiti etici e morali
imposti dalla sua stessa natura, appunto non istintiva! Risulta altrettanto
vero ed evidente che non ci sono limiti per la scienza, destinata a "conoscere
e scoprire" tutto ciò che si può "conoscere e scoprire".
Non esistono limiti per il progresso, sempre più frequentemente in
antitesi con i ciechi percorsi dell'istinto.
I cinesi imparano dagli animali quello che per gli animali é assolutamente
naturale. I cinesi elaborano la tecnica, lo stile, l'arte di combattere;
di combattere con l'elegante potenza della tigre, l'agilità della
scimmia, la forza dell'orso, la freddezza del serpente, la tenacia disarmante
della gru. I cinesi inventano la polvere da sparo, fabbricano lunghi fucili.
Il fucile colpisce la tigre da lontano; l'abbatte nell'istante più
bello, mentre spicca maestosa il suo ultimo balzo...
Il Libro si trova nelle migliori librerie, se non lo trovate
potete ordinarlo, via internet, alla casa editrice, alla rivista
Samurai, oppure richiederlo direttamente al Maestro
M° Nando Balzarro
che ve lo mandera' contrassegno.